La “Trinità” del Masaccio

Foto interno secondo post

La “Trinità” del Masaccio è un affresco singolare. Dietro la croce, il Padre sostiene il peso dello strumento di morte e del Figlio, anche se quest’ultimo non lo “vede”. Dio ci sostiene nella prova, non ci lascia soli. La raffigurazione della Trinità si completa con lo Spirito Santo, la colomba: le sue ali “abbracciano” il collo del Padre.

Quando Gesù muore, per tre ore il buio e il silenzio regnano sulla terra. Il buio ci dice che non possiamo raffigurare Dio come una sorta di idolo: «l’immagine del Dio invisibile» (Colossesi 1,15) è ormai nel crocifisso, in ogni uomo che soffre. Il silenzio, l’assenza di parola, significa che non possiamo ridurre Dio a mero “oggetto” dei nostri discorsi. Dio è “altro”. È il “Mistero” di un uomo nudo, crocifisso che grida verso un cielo che non risponde: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Marco 15,34).

 

Ciascuno di noi grida: «Dio, dove sei?». Domanda che ci mette in crisi e non accetta risposte di seconda mano. Come ha scritto George Büchner, il dolore è «la rocca dell’ateismo», l’obiezione più cruda contro Dio.

 

Da sempre la fede non elimina gli enigmi dell’esistenza. Anche quando Erode decide di mettere a morte i bambini al di sotto dei due anni, il grido è stato il medesimo: «Dov’è Dio?». La risposta è stata disarmante: «È là, tra quei bambini condannati a morte: è uno di loro». Non dimentichiamo il significato del nome Emmanuele: «Dio con coi» (Matteo 1,23).

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