Coronavirus. Riflessioni all’aperto

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Fragili e vulnerabili.
Il termine “fragile” ha origine dalla radice arcaica “frag”, che ha fatto nascere parole come “frazione”, “frattura”. La nostra realtà si è “spezzata” all’improvviso a causa di un virus, il Covid-19. Il libro biblico di Giobbe usa un’immagine illuminante: «L’uomo è ospite di una casa di fango, fondata sulla polvere, pronta a cedere al tarlo» (4,19). Il Salmo 39 recita: «Ecco, di pochi palmi hai fatto i miei giorni, è un nulla per te la durata della mia vita. Sì, è solo un soffio ogni uomo  che vive. Sì, è come un’ombra l’uomo che passa. Sì, come un soffio che si affanna, accumula e non sa chi raccolga» (vv. 6-7).

Vulnerabile deriva dall’aggettivo latino vulnerabilis, che a sua volta ha origine dal verbo vulnerare: un atto che provoca un vulnus, una ferita. Letteralmente una «piaga che versa sangue, che stilla sangue». Al di là della sua estensione nel linguaggio odierno, indica ciò che può essere ferito a livello fisico.

La nostra costitutiva fragilità-vulnerabilità, il pensiero della morte, ci invita a prendere sul serio  i rapporti interpersonali. La nostra era è quella delle passioni tristi, fugge dalle relazioni: ognuno si sente immortale. Moltiplichiamo gli affetti e diminuiamo i legami. Il coronavirus potrebbe aiutarci a ritrovare gli aspetti più profondi della vita. Inoltre, la malattia riporta il nostro corpo, spesso considerato un oggetto da esibire, al centro della nostra esistenza. Marcel Proust ha scritto: «Quando siamo ammalati, ci rendiamo conto che non viviamo soli, ma incatenati a un essere d’una specie differente, da cui ci separa un abisso, che non ci conosce e dal quale è impossibile farci comprendere: il nostro corpo».

Ospedali, cliniche sono i “luoghi della vulnerabilità”. Da sempre, in questi avamposti di civiltà «si generano tessuti di relazione fraterna e responsabile, si trasforma la paura in speranza, si assume il senso d’impotenza per superarlo e trasformarlo in energia dinamica, in resilienza. La fraternità tra sconosciuti, libera e gratuita, ha una forza travolgente di rottura rinnovatrice» (D. Cravero).

Un vaccino contro gli stupidi
Siamo pensanti? «Non solo le maniche. Dobbiamo rimboccarci anche e soprattutto il pensiero» (A. Bergonzoni). Abbiamo letto di aggressioni sui social ai contagiati.  Occorre un vaccino anche per una ricostruzione interiore, antropologica, intima. Se un vaccino contro la stupidità nessuno potrà mai crearlo, vacciniamoci – leggendo, ascoltando le persone competenti –  almeno contro gli stupidi.

Dalla “Ghigliottina” a “C’è un miracolo per te”
I soliti noti (non ignoti) hanno parlato di “punizione divina”. Non vedono l’ora che capiti un terremoto, una sciagura per esternare al mondo le loro sciocchezze. I cristiani del Dio- ghigliottina  pullulano nei social. Nel libro della Genesi, Dio chiama le cose  a essere, a vivere, non a morire. «Il racconto poetico della nascita del mondo ci rivela un Dio che ricerca la relazione, che strappa al caos il mondo chiamandolo. Dio […] ha bisogno delle sue creature, ha bisogno della nostra fede, di stabilire con noi un rapporto» (L. Maggi). Un rapporto di vita e non di morte. Attenzione al tipo di immagine che diamo di Dio perché ha un’influenza, positiva o negativa, sul malato e su chi gli sta accanto. Eviterei anche di strumentalizzare Dio in senso miracolistico. Annullerei manifestazioni religiose, a rischio contagio, dall’inequivocabile invito: «Oggi alla processione/messa c’è in omaggio (forse) un miracolo per te!». Preferisco “C’è posta per te” a “C’è un miracolo per te” . Non parliamo “invano” di Dio.

La malattia, invece, aiuta a farci un’immagine autentica del Creatore. Mons. Luigi Sartori, teologo deceduto nel 2007 dopo un periodo di malattia, ha scritto: «Dio è presente perché l’amore è farsi presente nell’altro nel bisogno. La Parola si è fatta carne per amore. Se resta solo la Parola, la stessa teologia non obbedisce al dinamismo dell’incarnazione. In questa scoperta sta il regalo che l’ospedale mi ha dispensato: è come se Dio fosse uscito da ciò che pensavo di lui, si fosse liberato dai miei schemi. Mi accorsi anche che la mia teologia era troppo spiritualistica e appropriativa: pretendevo di sistemare Dio. Invece, lui è al di qua della nostra parola. Egli è nell’umiltà delle cose e delle persone».

Preghiera, prudenza e speranza
Nella Bibbia esiste la preghiera di lamento. Tra i testi c’è anche il Libro delle Lamentazioni. «Le Lamentazioni fanno sentire la voce delle vittime e cercano una strada verso il futuro, verso la speranza, senza però passare accanto alla sofferenza, bensì attraversandola» (U. Berges). La Sacra Scrittura tematizza anche il “pane di lacrime”: «Cenere mangio come fosse pane, alla mia bevanda mescolo il pianto» (Sal 102,10). La lamentazione, forma di preghiera del singolo e della comunità, ha sempre fatto fatica a trovare uno spazio adeguato nella teologia spirituale cristiana. È tempo di rivalutare il “grido” biblico e la preghiera personale.

Attraverso la preghiera possiamo scoprire “potenze benigne”, percepire di non essere mai soli, comprendere che viviamo “in una grande sfera invisibile”.

Da una cella del carcere di Berlino-Tegel, D. Bonhoeffer, teologo protestante e martire del nazismo, scriveva così alla sua fidanzata: «Nella preghiera l’anima sviluppa dei sensi che noi conosciamo appena durante la vita di ogni giorno. Per questo in nessun momento mi sento né solitario né abbandonato. Tu, i genitori, gli amici, i miei alunni, siete stati costantemente presenti. Le vostre preghiere, i vostri buoni pensieri, le parole della Bibbia, le antiche discussioni del passato, frammenti di musica, libri, tutto ritornava vita e realtà, come prima. Si vive in una grande sfera invisibile».

Di recente ho letto Leggerezza, un bel libro di Laura Campanello. Mi ha colpito un brano: «Spesso la speranza nasce proprio dalla disperazione, come un rimbalzo che si verifica dopo che si è toccato il fondo dell’abisso: quando pare sparire, va lasciata raffiorare, va cercata tra le anse della disperazione che scorre, perché possa ridare notizia di sé ed essere colta, coltivata, custodita, protetta, narrata, condivisa. L’uomo ha in sé il desiderio di vivere che rinasce ogni volta che prende di nuovo coscienza della bellezza della vita e della felicità, una “certa” felicità, sempre possibile».

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