Corpo venduto e shopping disumano

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Four Girls – Ibkal Hussain

«I Padri sinodali – scrive Papa Francesco –  hanno fatto riferimento alle attuali “tendenze culturali che sembrano imporre un’affettività senza limiti”. […] Si sono detti preoccupati per “una certa diffusione della pornografia e della commercializzazione del corpo, favorita anche da un uso distorto di internet” e per la “situazione di quelle persone che sono obbligate a praticare la prostituzione”. In questo contesto, “le coppie sono talvolta incerte, esitanti e faticano a trovare i modi per crescere. Molti sono quelli che tendono a restare negli stadi primari della vita emozionale e sessuale”» (Amoris laetitia, 41).

Si alternano, di anno in anno, disegni di legge di parlamentari e senatori –  anche di partiti differenti e contrapposti – per la riapertura delle case chiuse e la loro gestione da parte dello Stato. Pur biasimando il ricorso alla prostituzione, lo Stato – in questo modo – ne regolerebbe la conduzione per evitare danni maggiori alla comunità: il cosiddetto “male minore”.

Precisiamo subito che la prostituzione non è mai giustificabile. Essa non implica nessuna reciprocità, amicizia, pienezza di un co-agire, identificazione, promessa; anzi, strumentalizza, per il proprio piacere, il corpo di un’altra persona. Senza inutili giri di parole, possiamo parlare di un corpo “bestializzato” (il cliente) che cerca di appagare il proprio piacere attraverso l’uso, l’utilizzo di un corpo altrui: la prostituta o il gigolò. Il corpo è un oggetto da “comprare” e buttare via, senza provare alcun senso di colpa: è shopping disumano. Di fronte a questo giudizio negativo, è necessario, però, distinguere – da un punto di vista etico – tra il giovane cliente che, per caso o curiosità, ha rapporti con una prostituta, dal professionista “maturo” avvezzo al turismo sessuale. Sono due situazioni “gravi”, ma da valutare diversamente.

Si dovrebbe puntare, in ogni caso, a eliminare il problema non a regolamentarlo. Come? Attraverso un’educazione all’affettività rivolta ai giovani, ma non solo.

Per il magistero della Chiesa non ci sono titubanze, ma per diversi cattolici, invece, l’incertezza di giudizio permane; anzi, in tanti sono favorevoli alle case chiuse, alle zone dell’eros nelle città, imprigionati nella ipotetica logica del “male minore”: più sicurezza per il cliente e la prostituta, migliori condizioni igienico-sanitarie, gestione delle situazioni borderline, fine del racket, regolamentazione anche fiscale del “settore” e soprattutto la “libera” scelta per chi decide di intraprendere questo “mestiere”. Secondo il pensiero post-moderno, infatti, ogni limitazione dei comportamenti è un attentato alla libertà.

Per questa tipologia di cattolici, meglio ripercorrere – attraverso quattro brevi tappe – il percorso della teologia morale su questo delicato tema. L’epoca dei Padri della Chiesa, in un mondo pagano dove la prostituzione era prassi, usava toni durissimi lontani dalla nostra sensibilità: «Per quale motivo vi sono le meretrici? Bisognerebbe che esse si nascondessero quando c’è un matrimonio, che esse scomparissero sotterra» (San Giovanni Crisostomo). In seguito, il pensiero di San Tommaso, che riprese quello di Sant’Agostino, ha canalizzato la riflessione sul “male minore”: «Nel regime degli uomini chi governa fa del bene a tollerare alcuni mali affinché non siano impediti altri beni o addirittura si incorra in mali peggiori: come dice Agostino […] : “Togli le meretrici dalla vita degli uomini e sconvolgerai ogni cosa con la libidine”». Nella manualistica, poi, la prostituzione era considerata una sorta di peccato di lussuria. Infine, nel nostro tempo, la Chiesa cerca le cause del fenomeno, sta attenta a educare i potenziali clienti (anche loro vanno “salvati”), promuove sempre di più la figura della donna non criminalizzando, seguendo l’esempio di Cristo, le prostitute; anzi, anche attraverso alcune associazioni cerca di restituire loro la dignità perduta per reinserirle nella comunità. “Recupero”, a dire il vero, che molti santi tentarono anche tra il XIV e XVIII secolo.

Molti cattolici ragionano ancora a partire dal principio del “male minore”, dimenticando che esiste anche un principio del “bene possibile”: il bene autentico è sempre la creazione di qualcosa che non c’è. Dobbiamo, però, fare un’autocritica: parrocchie, comunità e gruppi vari non educano a vivere il “bene possibile”.

Se consideriamo l’eliminazione della prostituzione un’utopia, ci arrendiamo a essere dei “bidoni” di rifiuti dell’industria dei consumi. Più semplice, anche politicamente, un ritorno al passato piuttosto che creare “bellezza” e un mondo migliore. In Germania – nazione che ha approvato una delle leggi più liberali e discutibili sulla prostituzione – alcuni studi evidenziano un aumento delle vittime della tratta e dei trafficanti “illegali” del sesso; ma, come sempre accade, altre ricerche affermano il contrario. Colpisce, però, un dato raccolto da un’associazione berlinese di consulenza per prostitute: su circa quattrocentomila “operatrici” del sesso sono poche quelle che risultano iscritte nelle liste della previdenza sociale. La spiegazione è semplice: chi di noi inserirebbe mai questo tipo di “esperienza” nel proprio curriculum lavorativo?

In alcune nazioni, poi, il cliente viene punito con pene severe: leggi che talvolta criminalizzano l’acquisto, ma non la “vendita” dei servizi. Da non dimenticare, poi, che dietro queste regole c’è un’opera preventiva di educazione all’affettività, soprattutto nei paesi del nord- Europa; forse discutibile per tanti, ma rimane un tentativo “integrato”. La norma è spesso accolta, percepita, fatta propria: non è più un’imposizione. È diventata una scelta culturale.

Leggiamo nell’Amoris laetitia: «Il Concilio Vaticano II prospettava la necessità di “una positiva e prudente educazione sessuale” che raggiungesse i bambini e gli adolescenti “man mano che cresce la loro età” e “tenuto conto del progresso della psicologia, della pedagogia e della didattica”.   Dovremmo domandarci se le nostre istituzioni educative hanno assunto questa sfida. È difficile pensare l’educazione sessuale in un’epoca in cui si tende a banalizzare e impoverire la sessualità. Si potrebbe intenderla solo nel quadro di una educazione all’amore, alla reciproca donazione. In tal modo il linguaggio della sessualità non si vede tristemente impoverito, ma illuminato. L’impulso sessuale può essere coltivato in un percorso di conoscenza di sé e nello sviluppo di una capacità di dominio di sé, che possano aiutare a far emergere capacità preziose di gioia e di incontro amoroso» (Amoris laetitia, 281). Papa Francesco, poi, precisa: «Frequentemente l’educazione sessuale si concentra sull’invito a “proteggersi”, cercando un “sesso sicuro”. Queste espressioni trasmettono un atteggiamento negativo verso la naturale finalità procreativa della sessualità, come se un eventuale figlio fosse un nemico dal quale doversi proteggere. Così si promuove l’aggressività narcisistica invece dell’accoglienza. È irresponsabile ogni invito agli adolescenti a giocare con i loro corpi e i loro desideri, come se avessero la maturità, i valori, l’impegno reciproco e gli obiettivi propri del matrimonio. Così li si incoraggia allegramente ad utilizzare l’altra persona come oggetto di esperienze per compensare carenze e grandi limiti. È importante invece insegnare un percorso sulle diverse espressioni dell’amore, sulla cura reciproca, sulla tenerezza rispettosa, sulla comunicazione ricca di senso. Tutto questo, infatti, prepara ad un dono di sé integro e generoso che si esprimerà, dopo un impegno pubblico, nell’offerta dei corpi. L’unione sessuale nel matrimonio apparirà così come segno di un impegno totalizzante, arricchito da tutto il cammino precedente» (Amoris laetitia, 283).

Legittimare lo sfruttamento commerciale della corporeità, accettare implicitamente le attività volte all’arruolamento di prostitute o gigolò (con quali modalità potrebbe svolgersi la “selezione” non osiamo immaginarlo), offrire un esempio negativo ai giovani (regolamentando la prostituzione li si educherebbe a essere i potenziali clienti di domani), rendersi complici, in molti casi, del dramma umano di chi “si vende” e del grigiore morale di chi “compra”, non possono mai essere attività ispirate e coordinate dallo Stato.

Molti pittori hanno considerato le prostitute delle muse, addirittura idolatrandole: un artista, d’altronde, va sempre a cogliere il cuore delle persone, evitando pregiudizi e facili moralismi. Se tanti artisti del passato non hanno fatto mistero delle loro frequentazioni nei bordelli, un pittore contemporaneo ha deciso di cogliere l’anima di questa donne per  denunciare il lassismo del suo Paese di fronte allo sfruttamento della prostituzione. Si tratta di Ibkal Hussain, pittore pakistano, poco noto ai più, figlio di una prostituta, cresciuto in un quartiere a luci rosse. Dipinge sempre le prostitute come persone e, meglio di chiunque altro, è riuscito a coglierne la desolazione negli occhi vuoti delle sue rappresentazioni. Volti senza nome; d’altronde, non resteranno anonime nella mente e nel cuore dei loro clienti? Nei suoi quadri non mostra le prostitute nel loro “luogo di lavoro”, ma nella quotidianità. Ha scelto di raccontare la loro anima, la loro femminilità più delicata e nascosta; vestite con abiti modesti, aspettano silenziose che un’altra alba abbia inizio.

I quadri di Hussain ovviamente non sono graditi al governo; anzi, è costretto a nascondere i più compromettenti.

Nonostante un contesto culturale differente, la rimozione di questo male è ben presente anche da noi, anche grazie a opinionisti e media compiacenti.

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