Grido e non rispondi?

L’esilio fece vivere al popolo d’Israele una profonda crisi di fede: un tempio distrutto, un culto assente, una comunità ridotta a marionetta, il sogno di uno Stato andato in fumo, migliaia di morti. Ad Auschwitz e in tutti i lager del mondo la crisi si ripeterà riproponendo gli stessi interrogativi: come può Dio permettere questo dolore infinito? Dio esiste? E se esiste ha un cuore?

Prima di ogni discorso teologico e spirituale, ritengo sia necessario educare le nostre comunità a ricorrere al genere biblico della “lamentazione”: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido! Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me» (Salmi 22, 2-3).

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Un lamento, un grido di preghiera, non paragonabile a quello del bimbo viziato che non ha ancora sperimentato l’essenza della vita, ma l’esternazione di un rapporto drammatico col proprio Creatore; non una negazione di Dio o una conseguenza di mancanza di fede, non un inutile ripiegamento su se stessi, ma il mantenimento della relazione col Signore in una situazione di estrema minaccia.

Il più classico esempio di questa forma di preghiera è il Libro delle Lamentazioni: un dialogo con Dio nella miseria e nella sofferenza più profonde, dove al centro della scena ci sono una speranza sofferta e un lieto fine mai scontato.

Il poeta, di fronte all’orrore della guerra, afferma: «Si sono consunti per le lacrime i miei occhi, le mie viscere sono sconvolte; si riversa per terra la mia bile per la rovina della figlia del mio popolo, mentre viene meno il bambino e il lattante nelle piazze della città» (Lamentazioni 2,11). Mentre osserva i bambini che muoiono di fame, grida: “Dove sono il grano e il vino?”» (2,12). Al di là dell’oggettiva colpa di Israele, il giudizio su Dio è spietato: «Guarda, Signore, e considera;
chi mai hai trattato così?
[…] Hai ucciso nel giorno della tua ira, hai trucidato senza pietà» (2, 20.21). Ma il poeta non perde la speranza nel suo Signore: «Ponga nella polvere la bocca,
forse c’è ancora speranza.
[…] Poiché il Signore  non respinge per sempre. Ma, se affligge, avrà anche pietà secondo il suo grande amore» (3,29-31).

La preghiera di lamentazione è fuori moda. Ci hanno educati, di fatto, a soffrire senza lamentarci. Non facciamo più sentire il “grido”, ma paradossalmente lo facciamo “vedere”: sono rimaste soltanto le opere d’arte sacra a raccontare il lamento dell’uomo.

A mio parere, la censura del “grido” finisce per enfatizzare la sventura e la rassegnazione. Si corre il rischio descritto da H. Blumenberg nel suo libro Naufragio con spettatore; cioè, la posizione di vita di chi, da un’isola  di sicurezza, osserva gli altri naufragare. Invece, «la voce delle vittime innocenti sconvolge la calma della riflessione teologica e impedisce la costruzione di un sistema logico e convincente» (U. Berges). Il lamento ci costringe a stare dalla parte di chi soffre.

La lamentazione non può essere nemmeno edulcorata o liquidata frettolosamente: «Oggi l’angoscia è così generalizzata che pare richiedere un rimedio immediato, la grazia di essere liberati dalla sofferenza esigendo – se necessario – il miracolo. Non c’è tempo per attendere la luce nelle tenebre del dolore» (A. Paoli).

La Chiesa, per ritornare a essere credibile, dovrebbe riproporre la lamentazione biblica, rimpossessarsi di questa forma di preghiera: una visione realistica della realtà conferirebbe maggiore forza sia alla teologia che alla pastorale. C’è, infatti, una Chiesa che sa parlare di Dio, ma non sa parlare a Dio. Sono sempre attuali le parole di M. Buber «Se credere in Dio significa poter parlare di lui in terza persona, non credo in Dio. Se credere in lui significa potergli parlare, allora credo in Dio».

La Sacra Scrittura circoscrive un momento sorgivo, originario, in cui un grido accolto è diventato, per coloro che lo avevano lanciato, la consapevolezza che Dio è capace di ascoltare e di rispondere: «Dopo molto tempo il re d’Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Esodo 2,23-25). Questi versetti – secondo vari esegeti – non dicono che gli ebrei “gridarono a Dio”, ma semplicemente che alzarono grida nel vuoto, ma il loro grido salì a Dio. La prima comunicazione dell’uomo con Dio è un grido disperato.

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