La cena dei peccatori

Sieger Köder, La cena dei peccatori
Sieger Köder, La cena dei peccatori

L’annuncio del Vangelo non dev’essere «meramente teorico e sganciato dai problemi reali delle persone» (Amoris Laetitia, 201), ma «significativo» e capace di accompagnare ogni famiglia (cfr. ivi, 200). Inoltre, la Chiesa ha necessità di cambiare il proprio linguaggio: «Ciò che diciamo e come lo diciamo, ogni parola e ogni gesto dovrebbe poter esprimere la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti» (Papa Francesco, Messaggio per la 50a Giornata mondiale delle comunicazioni sociali).

In linea con questo insegnamento, senza la pretesa di essere esaustivo, farò alcune considerazioni  sul discusso capitolo ottavo dell’Amoris Laetitia Esortazione apostolica sull’amore e sulla famiglia, per poi concludere con una suggestione artistica.

Le persone separate, divorziate e risposate sperimentano ancora oggi un atteggiamento spietato da parte di alcuni “cristiani”. Tutto ciò getta un’ombra sul fulcro dell’insegnamento della Chiesa: la misericordia. Quest’ultima, infatti, «non ha conseguenze solo per la vita del singolo cristiano, ma anche conseguenze di vasta portata per la dottrina, la vita e la missione della Chiesa» (W. Kasper).

Non ci si separa soltanto per capriccio, ma anche – più di quanto immaginiamo – per violenze psicologiche e fisiche. Giovanni Paolo II, nella Familiaris Consortio, lo evidenzia con chiarezza: «Ben discernere le situazioni» (84). Distingue, infatti,  «tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido».

Papa Bergoglio, nella sua Esortazione, ritorna più volte su questo concetto: «Il discernimento dei pastori deve sempre farsi “distinguendo adeguatamente”, con uno sguardo che discerna bene le situazioni. Sappiamo che non esistono “semplici ricette” (Amoris Laetitia, 298).

La norma, dunque – ribadisce il Santo Padre – non può essere applicata sempre allo stesso modo, «nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave» (Amoris Laetitia, 300, nota 336). Anzi, la comunità ecclesiale ha il compito di aiutare le persone che vivono autentici drammi d’amore. Un sostegno, «in certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei Sacramenti»;  perché «l’Eucaristia non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e alimento per i deboli».  Per questo motivo, il Papa lancia un monito: «Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (Amoris Laetitia, 305, nota 351).

Per vivere autenticamente questo cammino, il Santo Padre desidera che la coscienza delle persone sia coinvolta in modo più appropriato nella prassi della Chiesa, soprattutto quando queste vivono situazioni matrimoniali al limite (cfr. Amoris Laetitia, 303). Una conseguenza rilevante di questa nuova prospettiva è il ruolo che dovrebbe assumere nell’azione pastorale la legge della gradualità, e non la gradualità della legge. Tale legge non si riduce, infatti, a un allargamento o a un’applicazione sin troppo benevola della tradizionale distinzione tra “ordine morale oggettivo” e “colpevolezza soggettiva”, né vuole soltanto trovare delle scusanti a buon mercato nella valutazione della condotta morale personale; desidera piuttosto restituire serietà al dovere morale di ciascuno, proponendo – insieme agli obiettivi già possibili – l’impegno di allargare l’ambito delle possibilità in un itinerario di crescita che non ha mai fine: l’uomo, «chiamato a vivere responsabilmente il disegno sapiente e amoroso di Dio, è un essere storico che si costruisce giorno per giorno con le sue numerose scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene, secondo tappe di crescita» (Familiaris Consortio, 34). Perché, come sottolinea il Catechismo degli adulti, «tendere alla pienezza della vita cristiana non significa fare ciò che astrattamente è più perfetto, ma ciò che concretamente è possibile. Non si tratta di abbassare la montagna, ma di camminare verso la vetta con il proprio passo» (919).

La coscienza, sottolinea l’Amoris Laetitia, «può riconoscere non solo che una situazione non risponde obiettivamente alla proposta generale del Vangelo; può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo. In ogni caso, ricordiamo che questo discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno» (303).

L’impresa morale, allora, appare come un impegno di autoeducazione progressiva, attraverso cui il credente – accompagnato dalla Chiesa – plasma la sua personalità integrandola nella logica della sua scelta di fondo per il bene. Le singole decisioni etiche non sono più il tutto dell’esperienza morale, ma solo momenti particolari di questo processo di autoeducazione e di autoplasmazione. Per questa ragione, sottolinea il Papa, « “senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno”, lasciando spazio alla “misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile”» (Amoris Laetitia, 308).

A quanti, per dirla alla Papa Francesco, «preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione» (ivi), propongo di meditare su La cena dei peccatori, uno straordinario quadro di Sieger Köder, sacerdote e artista tedesco.

In quest’opera, Gesù è visibile soltanto attraverso le sue mani. Ognuno di noi è costretto a guardare dalla sua prospettiva, attraverso i suoi occhi.

Di fronte a noi, dunque, compaiono una donna rattrappita, rappresentante dei poveri e degli emarginati; accanto a lei una ragazza triste, senza dubbio una prostituta; un vecchio con una coperta e un uomo di colore con un braccio fratturato, forse a causa del duro lavoro; un pazzo col colletto di Pierrot (un autoritratto dell’artista?); un intellettuale barbuto e dimesso, probabilmente un sessantottino deluso; una distinta signora che fissa il Cristo con uno sguardo vuoto; infine, una ragazza triste, forse una prostituta.

Tutte queste persone, che hanno poco da offrire, guardano il Messia mentre distribuisce il pane, nel momento in cui egli si dona: «Uno che li accoglie con i loro errori e la loro colpa, uno che non fa domande sul loro passato, ma dona loro la sua presenza e dischiude una via verso il futuro» (E. Schockenhoff). Infatti, il graffito nella parete è una rappresentazione della parabola del Padre misericordioso.

Köder, dunque, trasforma l’ultima cena di Cristo in una cena di uomini e donne del nostro tempo. In essi, «l’insperata esperienza viva di essere accettati senza condizioni, insieme con la propria storia passata, suscita la gioia trattenuta, lo stupore ancora poco afferrabile che parla dai loro occhi» (E. Schockenhoff).

Cristo desidera una Chiesa «attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, “non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada”» (ivi).

È questa la Chiesa che sogno.

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