La gioia della Resurrezione – Suggestioni dopo una passeggiata in spiaggia

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Quando passeggiamo sulla spiaggia “mandiamo a spasso” il nostro ego: il miglior ritiro spirituale per prepararci al Triduo Pasquale. Infatti, dentro le mura domestiche – perennemente connessi alla rete wifi – finiamo inevitabilmente con l’aggrovigliarci su noi stessi. La passeggiata “libera” è un pellegrinaggio in formato ridotto: riserva sorprese, scoperte, momenti di poesia e di preghiera. Il suono delle onde che s’infrangono vibra nelle nostre orecchie: è il mare che con dolcezza ci dà il suo benvenuto. Passeggiare tra battigia e acqua ci costringe a muoverci adagio: «Le giornate passate a camminare lentamente sono lunghissime: fanno vivere di più, perché si è lasciata la libertà di respirare, di approfondirsi, a ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, anziché riempirli forzandone le articolazioni» (F. Gros) . Tra sabbia, sassi e acqua  ricordiamo i frangenti di “deserto”, le sofferenze della vita, ma anche gli attimi sereni: le ore spensierate “bagnate” dalla felicità. Nella Bibbia, il deserto – pietroso e non sabbioso come quello africano – è luogo di morte, di tentazioni, di ribellioni a Dio, ma anche di rinascite. Il mare è l’acqua chiara che ci depura dal malumore, le sue onde trascinano in spiaggia il dono di una risata: «È la risata di chi non ride di noi, ma con noi. La risata è un sorriso amplificato, che scuote il corpo e spazza dall’anima ogni traccia di oscurità. Non è una cosa che si possa programmare, ma dovrebbe essere obbligatorio ridere un po’ ogni giorno» (P. G. Borrero).

La primavera riporta le famiglie in spiaggia: commovente vedere dei giovani genitori emozionarsi per i  primi passi dei loro figli. In un testo di Osea, Dio si descrive così: «Quando Israele era fanciullo, io l’ho amato e dall’Egitto ho chiamato mio figlio. […] A Èfraim io insegnavo a camminare tenendolo per mano, ma essi non compresero che avevo cura di loro» (Os 11, 1.3).

Il Creatore è sempre con noi: ci allatta, ci coccola quando piangiamo, disinfetta le nostre ginocchia sbucciate e conforta i nostri cuori pieni di dolore. Le mareggiate potranno forse variare l’aspetto di una spiaggia, ma Dio sarà sempre un genitore che solleva il proprio bimbo sulla guancia, che si china su di lui per dargli da mangiare (cfr. Os 11,4).

La spiaggia offre anche lo spettacolo pubblico delle famiglie che giocano. Il gioco, nonostante l’involuzione dell’essere umano, continua a essere una magia, contiene il sapore antico della vita. Non ha uno spazio definito, ma solo quello utile per divertirsi: la cameretta, il cortile, l’oratorio, il parco o, come in questo caso, la sabbia. Non contano i numeri: “il quanto” non risponde alle sue logiche. Una cultura che accettasse il gioco come qualcosa di serio sarebbe rivoluzionaria: avrebbe in sé, infatti, tutta una serie di caratteristiche poco gradite alla nostra società. Innanzitutto, l’imprevedibilità: oggi occorre sempre programmare, pianificare, perdendo così il fascino della sorpresa e della provvidenza; l’improduttività, assurda ormai per tanti: facciamo qualcosa solo per averne un tornaconto; le regole: valgono soltanto per gli altri e mai per noi; la libertà: scendiamo in piazza per rivendicarla, ma non riusciamo quasi mai a viverla nemmeno nelle relazioni di amicizia, di coppia o in famiglia; la gratuità: se qualcuno agisce in maniera disinteressata, e non per opportunismo, è considerato un matto oppure sta semplicemente “nascondendo” qualcosa.

Il teologo Hugo Rahner descrive un Dio che “gioca” quando crea il mondo e l’uomo; la creazione è un atto logico, ma non necessario a Dio: è dono, gratuità, gioco. «Anche il Gesù bambino dell’arte medievale regge nelle manine […] il globo, il “pomo” del suo gioco cosmico divinamente sereno. Infatti, i putti barocchi sono appunto gli ultimi, quasi incompresi, successori di questa visualizzazione del divin gioco cosmico, quando, giganti in miniatura, giocano con le sfere ardenti della creazione del mondo».Un Deus ludens (un Dio che gioca) comporta inevitabilmente anche un homo ludens (un uomo che gioca). Plinio il Giovane ha scritto: «Tanto nella vita quanto nei miei studi reputo bellissimo e umanissimo […] mescolare alla serietà una cordiale serenità, […] affinché la serietà non degeneri in tristezza e lo scherzo in sfrenatezza. Guidato da questo principio interrompo ogni tanto le opere serie col gioco e la letizia».

Il gioco ha avuto un suo ruolo anche nel cattolicesimo. La sera di Pasqua, nella Francia medievale, vescovo e clero danzavano e giocavano a palla nel vescovado o nella Cattedrale. Scrive J. Beleth: «Ci sono alcune chiese in cui abitualmente vescovi e arcivescovi con le loro corti addirittura giocano con i sottoposti degnandosi di eseguire con loro un gioco con la palla». Notizie più dettagliate di questa usanza provengono dalla Cattedrale di Auxerre dove, sempre per Pasqua, vescovo e clero – eseguendo la danza sacra – si lanciavano la palla. Probabilmente si trattava di un’usanza cultuale dei Germani inculturata nel cristianesimo del tempo. Per i Germani la palla era il sole vittorioso; nella visione cristiana, invece, quella “palla” simboleggiava il Cristo, sole che sfolgora sulla terra, nel giorno della resurrezione e della gioia.

La spiaggia, quindi, diventa anticipazione della celebrazione pasquale: lo stare insieme (la comunità), il sole che illumina la terra e il mare (Cristo risorto), la danza “sacra” di chi gioca (gioia, festa e partecipazione attiva). Una situazione così diversa da quella che si respira in certe liturgie tristi e depresse.

Mentre guardiamo il mare è più chiaro l’inno di Pasqua di Sant’Ippolito di Roma: «Oh, il primo danzatore della danza mistica! […] Oh, la divina Pasqua che festeggiano tutte le cose in modo nuovo! Oh, cosmica assemblea festante, oh, letizia dell’universo, oh gioia ed estasi che annientano la nera morte. E il popolo, che era agli inferi, risorge da morte e annunzia alla pienezza lassù: il coro della terra ritorna!». Occorrerebbe organizzare un pellegrinaggio alla Cattedrale di Auxerre, chissà che non porti un po’ di gioia, voglia di cantare e di danzare. Canto e danza, secondo San Giovanni Crisostomo, fanno “volare” l’anima: «Niente come una melodia sinfonica, niente come un inno divino, unito a un ritmo che invita alla danza, eleva talmente l’anima, da farla volare e staccare dai vincoli del corpo e riempirla di sentimenti saggi e farle deridere tutte le cose che passano in questa vita».

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