La Madonna del parto – Tutti siamo figli

Piero della Francesca, Madonna del parto
Piero della Francesca, Madonna del parto

 

Nella veglia del 4 ottobre 2014, Papa Francesco ha definito la famiglia «una scuola senza pari di umanità»; nel Messaggio per la 49a Giornata mondiale per le comunicazioni sociali l’ha qualificata un grembo: «Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il luogo dove si impara a convivere nella differenza».

Un grembo di umanità costruito sulla relazione autentica, l’accoglienza, la condivisione e, naturalmente, la trascendenza. D’altronde, proveniamo da un grembo; ciascuno di noi è «nato da donna», non viene da se stesso, come medita Giobbe (15,14; 25,4). Ogni nostro respiro è preceduto da un dono: «Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (Sal 139,13).

Piero della Francesca ha regalato all’umanità la splendida Madonna del parto, uno dei suoi affreschi più affascinanti e misteriosi, che possiamo ammirare a Monterchi, meraviglioso borgo in provincia di Arezzo. Maria è rappresentata come una giovanissima ragazza toscana, che – grazie alla sua postura a tre quarti – mette in evidenza la sua gravidanza, fiera della sua prossima maternità. È in piedi, fasciata nella sua tunica blu mandarino; la mano destra tocca il grembo, gesto di protezione e tenerezza comune a ogni futura mamma, mentre la sinistra è poggiata sul fianco.

La Madonna è al centro di un tabernacolo: una tenda che due angeli trattengono con le loro mani all’estremità. Il significato è chiaro: Maria è l’arca che ospita il Dio incarnato. Il padiglione, poi, è decorato con fiori di melograno, che potrebbero evocare fecondità o anche la futura passione di Cristo.

  In un bellissimo film di Valerio Zurlini, La prima notte di quiete (1972), Daniele Dominici (Alain Delon), supplente di grande cultura, descrive questo capolavoro alla sua allieva – di cui si è innamorato – recitando i versi di Dante nel XXXIII Canto del Paradiso: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio / umile e alta più che creatura … ».

Saremo figli per sempre. Non a caso, la Sacra Scrittura usa una particolare costruzione linguistica per indicare l’età di una persona. Barzillai, amico del re Davide, manifesta così il suo essere ottantenne: «Io ora sono un figlio di ottant’anni» (2Sam 19,36). Ha ottant’anni, ma si riconosce sempre, prima di tutto, figlio. Possiamo certo venire alla luce e immediatamente dopo essere abbandonati, il nostro concepimento potrebbe essere anche frutto di una violenza sessuale, ma il bene della vita resta, in ogni caso, un dono da accogliere. L’Amoris laetitia di Papa Francesco lancia un monito: «A nessuno fa bene perdere la coscienza di essere figlio. In ogni persona, “anche se uno diventa adulto, o anziano, anche se diventa genitore, se occupa un posto di responsabilità, al di sotto di tutto questo rimane l’identità di figlio. Tutti siamo figli. E questo ci riporta sempre al fatto che la vita non ce la siamo data noi ma l’abbiamo ricevuta. Il grande dono della vita è il primo regalo che abbiamo ricevuto”» (188).

Un dono attraverso il quale possiamo fare delle scelte. Ognuno di noi incontra migliaia di persone nella sua vita, “incroci” che possono anche segnare la direzione del cammino, ma il luogo da cui si parte, e alla fine si ritorna, è sempre la famiglia, grembo di umanità. In essa maturano gli orientamenti di senso: i nostri sogni potranno essere incarnati e realizzati oppure, nel caso di grembo di “disumanità”, ostacolati o addirittura disintegrati.

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