La morte di un bambino

Perdere un figlio, un giovane amico, significa convivere – giorno e notte – con un grido lacerante nel cuore. Papa Francesco, nell’Amoris laetitia, scrive: «A un certo punto del lutto occorre aiutare a scoprire che quanti abbiamo perso una persona cara abbiamo ancora una missione da compiere, e che non ci fa bene voler prolungare la sofferenza, come se questa fosse un atto di ossequio. La persona amata non ha bisogno della nostra sofferenza, né le risulta lusinghiero che roviniamo la nostra vita» (255). Bisogna, dunque, evitare il cosiddetto lutto mummificato: aggrapparci ai nostri defunti smettendo di cercare noi stessi.

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Sepoltura di un bambino nella necropoli di Santa Rosa

Ho riletto un bel saggio, a cura di Luigi. F. Pizzolato, intitolato Morir giovani – Il pensiero antico di fronte allo scandalo della morte prematura. Sin dall’antichità le morti dei bambini/giovani – chiamate più precisamente ahori (premature) o ágamoi (che non hanno gustato le nozze) – sono le più drammatiche, illogiche, lacrimevoli. I cortei funebri, toccanti e partecipati, si svolgevano tra mille fiaccole e ceri: la luce doveva illuminare l’oscurità del dolore. Seneca, che definiva la morte prematura un crimine odioso – descrivendo la processione dei morti verso gli Inferi –, focalizza teneramente l’attenzione sul gruppo dei “piccoli” defunti: «Ad essi soli è stato concesso, perché non abbiano paura, di rendere la notte più lieve con la fiamma che portano avanti; tutti gli altri avanzano tristi per l’oscurità».

Nell’ambito cristiano, ma in generale in quello biblico, non viene chiesto di fronte alla morte di sottrarsi alle emozioni, al pianto e al dolore. San Paolino di Nola ammette: «La fede comanda di gioire, ma la pietà di piangere».

Nel IV secolo, i pensatori cristiani si trovano di fronte a un bivio: Dio è bontà infinita oppure no? Di fatto, la morte prematura mette alla prova l’amore dell’uomo per il suo Signore. Scrive San Basilio: «È adesso che il Signore mette alla prova il valore del tuo amore per lui. È adesso che ti si offre l’occasione propizia di prendere la parte riservata ai martiri in virtù della tua sopportazione». I familiari di un bambino/giovane volato in cielo sono, dunque, paragonati a dei martiri.

San Gerolamo, in un una lettera indirizzata a una madre che piange la sua figlia ventenne, bagna di lacrime la pergamena in cui scrive: «Come comportarci? Siamo qui a vietare le lacrime a una madre, e noi stessi piangiamo. Dichiaro i miei sentimenti: tutta questa composizione è scritta con pianto. Pianse Gesù su Lazzaro, perché lo amava. […] Perché si priva la giovinezza ingenua e una fanciullezza senza peccato del fiore non ancora sbocciato? Per qual motivo spesso bambini di due o di tre anni, che ancora succhiano al seno materno, sono […] coperti di lebbra e al contrario, uomini empi, adulteri, assassini e sacrileghi possono, fiorenti e tranquilli, bestemmiare contro Dio, forti della loro salute?».

Ne Le confessioni, precisamente nel capitolo IV, un Sant’Agostino adolescente condivide il suo dramma per la morte di un caro amico: «Lo cercavano dappertutto i miei occhi ed egli non si presentava. Ed io odiavo tutte le cose, perché non le contenevano e non potevano più dirmi: “Ecco che verrà”, come quando, da vivo, era assente. Ero diventato per me un grande quesito e interrogavo la mia anima: “Perché sei triste? Perché mi turbi tanto?”. Ed essa non aveva una risposta da darmi e dicevo: “Spera in Dio”, giustamente non mi obbediva, perché l’uomo carissimo, che essa aveva perduto, era più reale e migliore del fantasma in cui le comandavo di sperare. Solo il pianto era dolcezza a me e aveva preso il posto del mio amico nella letizia del mio animo».

Questo dolore non deve essere mai paralizzante: una meta fondamentale del processo del lutto è ridiventare capaci di vivere la propria vita. Tutto questo è possibile attraverso una nuova relazione d’amore con noi stessi, col defunto – che deve trasformarsi in compagno di viaggio interiore – e con Dio.

Papa Bergoglio sottolinea: «L’amore possiede un’intuizione che gli permette di ascoltare senza suoni e di vedere nell’invisibile. Questo non è immaginare la persona cara così com’era, bensì poterla accettare trasformata, come è ora. Gesù risorto, quando la sua amica Maria volle abbracciarlo con forza, le chiese di non toccarlo (cfr. Giovanni 20,17), per condurla a un incontro differente» (Amoris laetitia, 255).

Il lutto è amore al di là dei confini della morte. Se stiamo elaborando un lutto, soprattutto un morte prematura, fidiamoci delle parole di Cristo: «Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia. Quel giorno non mi domanderete più nulla» (Giovanni 16,22-23).

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