Natale: finestra delle meraviglie

Prima foto interno

L’autore del Salmo 8, alzando gli occhi verso il cielo, afferma: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo perché lo visiti? Davvero l’hai fatto poco meno di un Dio, di gloria e di onore lo hai coronato» (vv. 4-6). «Ti ricordi»: Dio non dimentica la sua creatura. «Lo visiti»: il Creatore si prende cura di ogni uomo. Il libro della Sapienza ribadisce il concetto: «Dalla grandezza e dalla bellezza delle creature, infatti, per analogia si contempla l’autore della loro esistenza» (13,5).

Soltanto attraverso la meraviglia possiamo aprirci al trascendente.

In questi giorni ci stupiamo per un Dio che diventa bambino? La tradizione provenzale ha arricchito il presepio di uno strano personaggio: Le Ravi, ossia l’incantato, il rapito, l’estasiato. Disceso dalle Alpi, ingenuo e continuamente distratto, non ha niente da portare a Gesù Bambino, ma reca con sé la cosa più importante: lo stupore, la meraviglia; infatti, la sua espressione preferita è: «Oh!». Un racconto narra che, arrivato per ultimo a visitare il Dio-Bambino – e per di più “a mani vuote” – estasiato dinanzi allo spettacolo della Natività, subì i rimbrotti delle altre “statuine”. Maria, accortasi della situazione, lo prese in disparte rassicurandolo: «Non ascoltarli, Incantato. Tu sei stato posto sulla terra per meravigliarti. Hai compiuto la tua missione e avrai una ricompensa. Il mondo sarà straordinario sinché ci saranno persone come te capaci di meravigliarsi!».

Secondo Platone, «la meraviglia è propria della natura del filosofo; e la filosofia non si origina altro che dallo stupore». Lo stupore è l’unico elemento grazie al quale abbiamo la chance di non farci inghiottire – pur restandoci dentro – da questa società degli orrori. La meraviglia ci aiuta a mantenere un necessario distacco da ciò che è mediocre: perché «non è nella profondità che si annega, ma nella superficialità» (L. Manicardi).

In un’intervista, Pier Paolo Pasolini ribadiva che nell’ignoranza delle persone che «non abbiano fatto nemmeno la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici», vi è una  grazia che si ritrova solo «a un altissimo grado di cultura». Non si tratta di una provocazione: la cultura “altissima” e quella della “semplicità più assoluta” hanno, infatti, per il poliedrico artista romano, la stessa forza rivoluzionaria, la medesima apertura alla differenza, la stessa volontà di “usare” il passato e di farsi plasmare da esso, senza vergognarsi di non essere “attuali” o “moderni” abbastanza. È un’apertura, questa, che invece manca del tutto, spiega il poeta, alla cultura media, piccolo-borghese, una cultura che vuole rassicurare più che interrogare e che è sempre produttrice di corruzione. Dunque, non ci stupiamo più di nulla perché abbiamo anche smesso di porci delle domande, viviamo omologati a un sistema. Da bambini, come i fanciulli dello Zibaldone, trovavamo il “tutto nel nulla”; ora, da adulti, troviamo il “nulla nel tutto”.

Oggi ci piacciono i cardinali, i preti, gli educatori, i politici, i giornalisti, gli opinionisti rassicuranti che ci invitano a scegliere tra il bianco e il nero. E quando papa Francesco – in linea con le Sacre Scritture – pone degli interrogativi, anche solo pastorali, i soliti noti – incapaci di percepire le diverse sfumature cromatiche della vita – lo considerano eretico: «Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio» (Amoris laetitia, n. 305). Esistono porzioni di “cattolici positivisti”, pericolose come quelle cellule traditrici che provocano tumori, che danneggiano – con attacchi al Pontefice – il corpo, l’organismo della Chiesa soprattutto sui social. La comunità cristiana annaspa oggi nel fango del “chiacchiericcio” mediatico a causa di gruppi tradizionalisti legati al passato, ma slegati dal presente e dal futuro. Uomini e donne amanti delle finte certezze che evitano “scientificamente” le domande scomode.

Gli ideologi della fede rassicurante, quelli che usano Dio come polizza assicurativa sulla vita, dimenticano volutamente che Maria ha avuto i suoi dubbi: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34). Giovanni Battista perde per un attimo le sue convinzioni su Gesù: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?» (Mt 11,3). I Magi sono uomini inquieti: lasciano la loro terra, cercano, interrogano, dubitano. Gesù stesso urla in croce la sua domanda: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34).

Ai cattolici dalle mille certezze preferisco Sant’Agostino che, in un suo celebre sermone, dice: «Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell’acqua, che camminano sulla terra, che volano nell’aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?».

Non siete credenti e questi riferimenti vi sembrano arcaici o superati? Nel 1978, uscì un saggio di Constantin Noica intitolato Sei malattie dello spirito contemporaneoAggiungiamo una settima patologia inventandoci una nuova parola greca: l’athaumasia, l’incapacità di provare stupore. L’athaumasia, da non confondere con l’athaumastia (l’impassibilità), è il morbo che «rifiuta di riconoscere che la novità non è solo possibile, ma reale. Questa è una vera e propria malattia, dal momento che negare la novità, o negarsi alla novità, fa star male e fa vivere male» (R. Battocchio). Insomma, ancora oggi qualcuno preferisce il noto consiglio del poeta Orazio a un suo amico: «Non meravigliarsi di nulla: questo, forse, o Numicio, è la sola, unica soluzione per diventare e rimanere felici». Ma questo atteggiamento genera la depressione, il “male oscuro” del nostro tempo; produce quel vuoto interiore che Padri del deserto chiamavano accidia. L’accidia è un vizio così attuale perché «riflette l’odierna mancanza di speranza, propria di chi ha smarrito la dimensione trascendente dell’esistenza. E così, di fronte alle difficoltà, sorge l’interrogativo di fondo se valga la pena impegnarsi e lottare per qualcosa che non paga immediatamente» (G. Cucci). Con l’accidia prevale la paura, ma per rinascere occorre entrare nella pancia del lupo così come ha fatto Cappuccetto Rosso: «Andate nel bosco, andate. Se non andate nel bosco, nulla mai accadrà, e la vostra vita mai avrà inizio» (C. Pinkola Estés).

Mi “meraviglio” dei cattolici non aperti alla meraviglia e alla novità. Infatti, i Vangeli sottolineano immediatamente lo stupore per il Dio-uomo: «Le folle erano stupite del suo insegnamento:egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità» (Mt 7,28-29). Luca, descrivendo l’episodio nella sinagoga di Nazaret, scrive: «Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca» (Lc 4,22). Gesù stesso si stupisce di fronte alla fede del centurione (Mt 8,10), ma anche di fronte al rifiuto della fede dei suoi compaesani: «E si meravigliava della loro incredulità» (Mc 6,6). In Lui non poteva esserci niente di nuovo: conoscevano suo padre, sua madre, i suoi familiari. Non c’era niente di cui stupirsi. L’incredulità è causata dalla mancanza di stupore o quest’ultima è proprio il segno dell’incredulità? Di certo una accompagna l’altra.

Incontro troppi cattolici malati di athaumasia in rotta di collisione con il “Nuovo” Testamento: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Tra l’altro, ignoranti di essere anche in aperto contrasto con l’ “Antico” Testamento: «Ecco, io faccio nuova ogni cosa: proprio ora germoglia, non ve accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa» (Is 43,19)».

I cristiani aperti al nuovo come possono reagire di fronte a un nostalgico e sterile ritorno al passato? Nel libro di Amélie Nothomb, intitolato Stupore e tremori, la protagonista afferma: «Incollai la fronte al vetro e seppi che cosa mi sarebbe mancato: non a tutti era concesso di dominare la città dall’alto del quarantaquattresimo piano. La finestra era la frontiera tra la luce terribile e la mirabile oscurità, tra i gabinetti e l’infinito […] Finché esisteranno finestre, l’essere umano più umile della terra avrà la sua parte di libertà». Malgrado le aberrazioni reazionarie e conservatrici, dobbiamo sempre continuare a sognare con la fronte appiccicata al vetro. Dobbiamo accogliere con profondità il Natale, finestra delle meraviglie.

A 49 anni mi stupisco ancora di un Dio che s’infrange nella mia vita nel grembo di una donna e, poi, in una mangiatoia: «Il segreto profondo e inesauribile della fragilità di Dio sta nel suo voler entrare in relazione con l’altro, nel suo volergli diventare amico. Per questo crea. E così, per sempre, si rende fragile: perché entra in rapporto con chi è di per sé fragile, limitato e persino capace di rifiuto e di chiusura» (P. Coda).

Il Natale mi invita a stupirmi, ma per scegliere ogni giorno di non deprimermi, di non essere accidioso, di non staccarmi dai vetri delle finestre, di donarmi concretamente agli altri malgrado i miei fallimenti: «Nella vita ho raggiunto la certezza che le catastrofi servono a evitarci il peggio. E il peggio è proprio aver trascorso la vita senza naufragi, è essere rimasti alla superficie delle cose. Non essere mai stati scaraventati in un’altra dimensione. L’autunno, spogliando i suoi rami, lascia vedere il cielo» (C. Singer). Buon Natale!

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