Salire la montagna per fare voto di «vastità»

Foto: Monia e Francesca Floris
Foto: Monia e Francesca Floris

Quando contempliamo  una montagna, la stupefacente e vertiginosa altezza di tante sue vette evoca uno slancio verso l’alto: è un richiamo forte, per chi sa amare, a salire sempre più su, a vivere una vita piena. Non c’è, infatti, ascesa senza ascesi; il vero ascendere è sempre un trans ascendens, ascendente oltre: se un uomo «ammira la grandezza di una montagna, non può separare questo da Dio, e percepisce che tale ammirazione interiore che egli vive deve depositarsi nel Signore» (Laudato si’, n. 234). Sul monte, dunque, il salire è sia esercizio fisico (ascesa) che spirituale (ascesi). Lo è anche per uno spirito laico come Nietzsche: «Bisogna salire ancora per un bel tratto, lentamente, ma sempre più in alto, per arrivare a un punto da cui la vista possa spaziare liberamente sulla nostra vecchia civiltà».

È saggio ogni tanto uscire dalla solita monotonia, soprattutto quando si fa asfissiante, rischiando d’ingigantire all’eccesso ciò che è piccino e di far diventare piccolo ciò che è davvero grande, importante. Questo passaggio consiste, dunque, in un “uscire fuori” dalle forme provvisorie della nostra stereotipata vita urbana e sfocia nell’acquisizione di uno sguardo spirituale: solo dalla vetta più alta siamo in grado di accorgerci delle autentiche dimensioni delle cose, del loro peso e della loro importanza. Nella nostra società, invece, «quando si va fuori, è sempre passare da un dentro a un altro: dalla casa all’ufficio, da casa ai negozi vicini. Si esce per andare a fare qualcosa altrove. Il fuori è una transizione: ciò che separa, quasi un ostacolo. Fra qui e là. Ma non ha un valore in sé. Il fuori esiste appena: come un grande corridoio che separa, un tunnel, un’immensa vasca fra le due chiuse» (F. Gros). Altre volte si esce semplicemente a prendere aria, per allontanarsi dalle ammuffite mura domestiche, ma anche in questo caso è solo una transizione di pochi istanti. Occorre, invece, camminare per più giorni in modo che una semplice “pausa” giornaliera diventi stabilità, uno stile di vita. Uscire fuori, in questo caso particolare, è viaggio di risveglio, rifiuto delle passioni, cioè delle idolatrie che chiudono la nostra  vista alle ragioni spirituali, per instaurare tra noi e il mondo un rapporto di reciproco «inghiottimento». «Chiunque fugge il mondo – ha scritto D. Bonhoeffer – non trova Dio, un altro mondo, cioè il proprio mondo, migliore, più bello, più tranquillo, un retro-mondo. Chi fugge la terra per trovare Dio troverà solo se stesso».

Salire comporta certo un distaccarci dal mondo, ma un’uscita sempre attraverso il creato: «Nelle minime variazioni della luce montana, nelle pietre e nei fragori lievi di scoscesi pendii, fra ruscelli e laghi, o lapilli e tuoni, la grande relazione vivente fra tutti gli enti, anche le più apparentemente inanimate cose, ti appare. Sei immerso in essa e non potrai più sospenderla dal tuo respiro» (F. Tomatis).

Quando ci si arrampica sulla roccia, la visuale è piuttosto ristretta, chiusa dalla parete che ci sta davanti e alla quale ci aggrappiamo con forza. Alla conclusione della scalata, quando arriviamo in cima, il nostro sguardo si apre su bellezze che pochi istanti prima non potevamo minimamente immaginare. Notiamo, spesso con stupore, la dimensione parecchio ridotta dei posti dai quali eravamo partiti: ci accorgiamo che fanno parte di uno scenario, di un dipinto, ben più esteso rispetto a quello che era possibile osservare ai nastri di partenza.

Foto: Monia e Francesca Floris
Foto: Monia e Francesca Floris

La salita più impegnativa, però, è quella che conduce alla nostra interiorità: il nostro cuore è un respiro immortale destinato all’eternità. «Cercate le cose di lassù», come sottolinea San Paolo (Col 3,1), non vuol dire, però, vivere una vita disincarnata; anzi, l’esatto contrario: in cima respiriamo a pieni polmoni l’infinito, ampliando così lo sguardo al di là della banale necessità delle cose. Facciamo voto di «vastità».

Secondo San Gregorio di Nissa, «se saliamo  lasciandoci alle spalle le tenebre terrestri, diventeremo luminosi ». Il nostro salire, quindi, non esclude l’oscurità, il dubbio, la paura; esistono, infatti, anche montagne tenebrose: «Date gloria al vostro Dio prima che venga l’oscurità e prima che inciampino i vostri piedi sui monti al cadere della notte», scrive il profeta Geremia (13,16). D’altronde, la montagna presenta sempre due versanti: uno esposto al sole, l’altro all’ombra. Non c’è luce senza buio, né buio senza luce.

Inoltre, per poter salire è necessario muoverci con leggerezza e assoluta scioltezza. Pesi eccessivi e ingombranti hanno l’unico effetto di snervarci il passo ostacolando il raggiungimento della meta, della cima. In montagna la regola fondamentale è portarsi dietro esclusivamente l’essenziale: è concesso soltanto il bagaglio dell’esperienza, il resto si lascia a casa e non soltanto per ragioni di opportunità; San Paolo afferma: «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portare via. Quando dunque abbiamo di che mangiare e di che coprirci, accontentiamoci» (1Tm 6,7-8). San Giovanni della Croce, consapevole che il problema dell’uomo è da sempre l’attaccamento alle cose – anche quando sono poche e non di grandissimo valore – ci ha lasciato una splendida immagine: «Non importa se l’uccello è legato a terra con dei leggeri fili di seta o una grossa corda; in ogni caso non è libero e non riesce a volare».

In montagna, infine, saliamo a mani vuote per lasciarci invadere dallo stupore: «La rinuncia è la condizione imprescindibile per l’ascensione. Bisogna lasciare a valle tutte le volontà velleitarie dell’io. In vetta non solo si giunge a mani nude, ma si scopre di essere a mani vuote, senza tangibile risultato. Eppure questo esito estatico, meraviglioso e annichilente, paralizzante e stupefacente opera una conversione. Non può acquisire premi, né arrecare soddisfazioni, tuttavia l’ascesi alpi-mistica, come quella francescana, sa intuire il nulla. La nuda cima deve lasciarti stupefatto, non solo innamorato. Allora guardando ogni cosa, saprai farti parola, preghiera, lode di ciascun altro e, assieme, anche di Dio in Dio» (F. Tomatis).

Essere abbagliati: questo è l’incipit della fede e del sapere. Tutto ciò che non inizia con un «abbagliamento» non ha futuro. Perché godersi lo sgomento, lo stupore, il vuoto è la premessa necessaria per sentire e pensare adeguatamente rispetto a ciò che, spesso con presunzione, crediamo di essere: il guardaroba dei nostri soliti totem identitari, le fossilizzazioni del nostro presunto essere stati, le nostre abitudini standardizzate, i nostri schermi protettivi che distorcono l’effettiva visuale della vita.

Foto: Monia e Francesca Floris
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