“Santa ignoranza” e “santa pazienza”

Foto interno

Nell’epoca della “superbia dell’ignoranza” non è semplice definire il concetto di “cultura”. Secondo Michael Paul Gallagher, cultura «dà l’impressione di essere un termine camaleontico, che cambia il suo significato in dipendenza da colui che lo usa. Ma di fatto la maggior parte dei suoi significati sono delle variazioni o della tradizione di Arnold, oppure di quella di Tylor». Per Matthew Arnold era qualcosa di conscio: uno studio di perfezione, divenire qualcuno piuttosto di qualcosa. Edward Burnett Tylor, invece, considerava la cultura «quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società». Definizioni che non si contraddicono, ma che oggi vanno integrate con altre riflessioni.

Da sacerdote e docente penso che la cultura sia la categoria in grado di far pensare l’insieme dell’esperienza cristiana. A livello ecclesiale viviamo un dramma che ha radici lontane: la separazione tra cultura teologica e vita spirituale. Nel 1600, la figura dell’illetterato illuminato, pubblicizzata da diversi mistici, procurerà non pochi problemi. Jean Joseph Surin (1600-1655) racconta che, da giovane e colto gesuita, gli capitò di ospitare in carrozza uno stalliere; quest’uomo, benché ignorante, gli parlò di Dio meglio di qualsiasi teologo, tanto che Surin alla fine del viaggio entrò in una profonda crisi, percependo quanto invece lui fosse ancora lontano – malgrado le sue giornate tra i libri – da quella “contemplazione” del divino. Nel tempo, questo approccio ha prodotto due errori: da un lato considerare la “cultura popolare” come una forma di fede grezza, inadeguata, perché basata su un sapere modesto e, quindi, da correggere e educare; dall’altro, una diffidenza generalizzata verso la cultura in senso alto, quasi che studiare significasse inevitabilmente perdere la fede, la “spiritualità”: «Dio privilegia gli incolti», recitava la traduzione volgarizzata di Mt 11,25. Invece, l’odierna traduzione della Conferenza Episcopale italiana recita: «In quel tempo Gesù disse: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli». Gesù per “piccoli”(népios in greco significa bambino, semplice) intende gli “ignoranti umili” non superbi, capaci di accogliere il suo messaggio.

La mia sensazione è che, per motivi opportunistici, questo tipo di concezione si stia nuovamente diffondendo tra il clero e soprattutto nel laicato. Olivier Roy, nel suo testo la Santa ignoranza: religioni senza cultura, ci dice che oggi l’esperienza religiosa non necessita di un apporto della ragione. Motivo? Attualmente domina un mito globale: fare senza la cultura. In politica “fare senza cultura” è diventato un dogma: l’ignorante è colui “vicino al popolo”. Gli stessi “credenti” desiderano una religione tutta emotiva priva di dottrine complicate: intuitiva, semplice, partecipativa ma senza esagerazioni. Ognuno decide se farsi coinvolgere o no. Di conseguenza, il prete “vicino al popolo” non deve stimolare domande, ma dispensare devozioni/emozioni “usa e getta”.

Nell’ambito ecclesiale, quando alla voce “cultura cristiana” si stila solo un “elenco di oggetti” (valori non negoziabili o asserzioni dogmatiche), si mette in campo qualcosa di iniziale e necessario, ma ancora incapace di servire alla vita. L’elenco di “oggetti” funziona per formulare un’ identità ambigua per la costruzione di un sistema. Il recente dibattito sul capitolo VIII di Amoris laetitia – attento alle sofferenze dei divorziati risposati – ne è un esempio limpido. Da una parte, chi vede come elemento identificativo dell’identità cristiana l’indissolubilità del matrimonio e dall’altra chi – senza rinnegare nulla – mette sul piatto un elemento che permetta alle persone di vivere la fede nel concreto delle loro esistenze, tra l’altro molto più complesse di quanto possa descrivere un “elenco di oggetti”.

Le categorie di cattolici con elenchi di oggetti definiti pullulano soprattutto nei social, ma nella vita reale sono poi lassisti sia in ambito intellettuale che etico. Ad esempio, per alcuni parroci è fondamentale apparire nella gestione del proprio ruolo con un preciso elenco di oggetti; nella vita privata, però, l’elenco di oggetti varierà a seconda dell’opportunità. Se nella vita ministeriale uno è integralista, tradizionalista, “rigido” come mai è “molle” nella vita intellettuale e morale? Passare, nell’arco di un’ora, dai paramenti seicenteschi indossati durante la novena alla t-shirt in jersey Armani per partecipare all’apericena è normale? Ovviamente il problema non è l’apericena. Mi chiedo: perché l’apericena, con le ottime chiacchierate che comporta, non produce confronto e apertura alla diversità? Dentro la Chiesa si interpreta la parte di “antichi” e “rigidi”, fuori si è “post-secolarizzati” sin troppo. Meglio vivere “bipolari” che mettere in discussione un chiuso elenco di oggetti? Non comprendo bene che cosa si intenda per “tradizione”. È una questione di “antichità”? Ad esempio, sono d’accordo sul fatto che il rito della Messa approvato da Pio V sia più antico rispetto a quello Paolo VI, ma non lo è rispetto ad altre fonti della liturgia eucaristica: Ireneo di Lione, Ambrogio di Milano, Cirillo di Gerusalemme, Giovanni Crisostomo. Il rito secondo il Messale di Pio V, codificato dopo un millennio di storia della Chiesa, è considerato nel linguaggio comune il più antico. Spiegatemi: non ne esistevano altri prima? Se proprio devo scegliere, opto per quello più datato in assoluto.

Ovviamente esiste anche il prete modaiolo così attento al presente da inventarsi l’aperimessa. Di fronte a un tale genio della pastorale “mi sale il crimine”. Per non parlare di chi intona Bella Ciao nella propria parrocchia. Un bel ciaone anche a lui. Un po’di equilibrio mentale non guasterebbe.

Dio si fa carne nella cultura non nella “moda” contemporanea. Scrive Marcello Neri: «Parlare di Dio nel corpo di Gesù vuol dire collocare il discorso teologico cristiano nel cuore della cultura contemporanea. Collocazione genetica per la fede, e niente affatto estemporanea o strategica. Non si tratta solamente di un’interlocuzione con la contemporaneità, con le sue ragioni e i suoi tratti problematici, ma del posizionamento in cui ne va del Cristianesimo stesso di essere un possibile effettivo nel plurale della socialità europea. Il confronto è il “metodo” di cui il linguaggio teologico necessita per uscire da quell’autoreferenzialità che sembra essere il suo corredo inevitabile; ma la persuasione profonda è che dire Dio nelle “esteriorità” del culturale significhi parlare nello spazio della cosa stessa della fede».

Oggi la cultura teologica dovrebbe essere “agile”, legata al sistema del pensiero “veloce” ma allo stesso tempo profonda. I teologi, la cultura cristiana dovrebbero produrre – usufruendo anche del linguaggio giornalistico e narrativo –“fogli di riflessione” e non opere ciclopiche. “Fogli di riflessione” che dovrebbero nascere dalla contaminazione con le altre scienze umane: papa Francesco parla di inter-disciplinarità e trans-disciplinarità. “Contaminati” saremo in grado di contaminare anche fuori dalle aule di teologia.

La cultura teologica, poi, dovrebbe fissare la sua attenzione su tutto ciò che sta andando “fuori controllo”. Fuori controllo non è la fede religiosa, ma la fede nell’altro. Il problema più grave nella Chiesa non riguarda la crisi delle verità di fede, dei sacramenti ma la morte del prossimo: non ci fidiamo più di nessuno. Gli scandali sessuali ed economici nella Chiesa hanno compromesso la fiducia dei credenti nei confronti anche dei parroci più seri. Senza fede e speranza nell’altro non possiamo costruire relazioni certe; al massimo possiamo simularle. Solo il cemento armato di cultura e santa pazienza ci farà uscire dalla “corruzione” dell’amore. Perché senza amore, senza fiducia, senza legami la vita è insopportabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *