Siamo figli delle stelle-Desidero, dunque sono

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«Siamo figli delle stelle. Noi stanotte ci incontriamo per perderci nel tempo», recita una nota canzone. Nel passato della specie umana vi è la storia di un piccolissimo granello di polvere, perduto in un’atmosfera rigida e urtato da una molecola. A causa della temperatura fredda, tra il polveroso frammento e la particella si creò un’intima connessione. Con il trascorrere di milioni di anni, altre molecole colpirono il pulviscolo. L’alternarsi continuo di contatti diede origine a una nebulosa che divenne sempre più grande e splendente, finché sullo sfondo indistinto apparve una supernova: un’esplosione stellare estremamente energetica che costituisce lo stadio finale dell’evoluzione delle stelle massicce. Le stelle sono, di fatto, proiezioni spente d’antichi corpi siderei, ricordi di fotoni di luce, di realtà remote ormai estinte. Siamo, dunque, figli delle stelle.

Alcuni studiosi evidenziano il senso originario del verbo latino “desiderare”: essere de-siderato, liberato dalla folgorazione dell’immagine. Conseguentemente potrebbe avere il significato del cercare al di là del vedere e della semplice apparenza. Il vocabolo desiderio è composto dal prefisso privativo de (allontanamento, assenza) e dal sostantivo latino neutro plurale sidera (stelle), perciò potrebbe anche voler dire “privato di stelle” e, dunque, desideroso di raggiungerle o, almeno, di rivederle. Un movimento che va oltre la “folgorazione astrale” e che si trasforma in un uscire da se stessi per intraprendere un viaggio verso un incontro. Non a caso, Andronico da Rodi concepiva il desiderio come «slancio verso le cose lontane».

Ognuno di noi si è perso a scrutare la volta celeste. È una pausa nelle pieghe dell’eternità, dove il passato incontra il presente attraverso la luce antica di stelle non più esistenti, eppure visibili e affascinanti. Scrutare una stella, col dolce movimento del proprio pensiero, significa seguire il movimento interiore che ci proietta verso qualcuno e qualcosa. «L’essere umano è proprio un desiderio infinito di felicità. Dobbiamo trasformare il penso, dunque sono di Cartesio nel più realistico desidero, dunque sono: desidero amare ed essere amato» (F. Manzi).

Il desiderio  si identifica come desiderio dell’altro, cioè come qualcosa che tende verso un incontro più che verso la soddisfazione di un bisogno. Quest’ultimo, infatti, è legato al mondo delle pulsioni e delle inclinazioni: c’è qualcosa che mi manca (fame, sete, ecc.) e sono costretto a riempire questo vuoto. Il bisogno, una volta soddisfatto, ritorna molto presto a farsi sentire con la necessità costante di riequilibrarsi. Dice Leopardi nello Zibaldone: «Se tu desideri un cavallo, ti pare di desiderarlo come cavallo e come un tal piacere, ma in fatti lo desideri come piacere astratto e illimitato. Quando giungi a possedere il cavallo, trovi un piacere necessariamente circoscritto e senti un vuoto nell’anima, perché quel desiderio che tu avevi effettivamente non resta pago». Il desiderio, invece, ha chiaramente alla base l’esperienza del bisogno, ma punta all’incontro con l’altro, diventando movimento, interrogativo, inquietudine, chiamata.

Esiste, però, una tentazione egoistico-possessiva spesso non separabile dal desiderio. Ad esempio, il falso obiettivo di un amore rischia di legittimare un esercizio edonistico privo di ogni valore. Mai identificare l’amore con l’impulso sessuale o con le emozioni, perché così si rischia di farlo diventare un assoluto in grado di privare di ogni libertà. Infatti, «gli amanti trovano una scusa per giustificare tutte le loro azioni: li ha spinti l’irresistibile forza dell’amore. L’adultero dirà, quindi, che ha abbandonato la moglie obbligato dalla forza dell’amore. Ed è paradossale che nella nostra società, nella quale si tende a esaltare la libertà senza limiti dell’essere umano, si riconosca immediatamente l’assenza totale di libertà di fronte alle esigenze dell’istinto e del sentimento» (C. Anderson, J. Granados). La Divina Commedia ci offre un esempio di questo “abuso” d’amore. Nell’Inferno, Dante incontra Paolo e Francesca: una coppia di amanti adulteri che volano insieme, l’uno accanto all’altro. La coppia tenta di giustificare il proprio peccato, causato – secondo le parole di Francesca – da un’attrazione fatale: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui (Paolo), piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona». Un castigo singolare è riservato ai due: vivere per sempre uniti, “trasportati” da un luogo all’altro senza alcuna pausa, come foglie d’autunno trascinate dal vento. Al di là della commovente vicenda personale di Paolo e Francesca, quando siamo schiavi del desiderio siamo anche soggetti ai venti mutevoli della passione, «che impediscono di edificare un amore stabile o di pronunciare una promessa di fedeltà» (C. Anderson,  J. Granados). Occorre dare una parola, un’anima al desiderio/eros, altrimenti potrebbe trasformarsi in passione possessiva, in bramosia. La passione si esprime mediante i corpi, ma non si limita a essi. Nell’Amoris laetitia , papa Francesco ribadisce che la Sacra Scrittura «non ha rifiutato l’eros come tale, ma ha dichiarato guerra al suo stravolgimento distruttore, poiché la falsa divinizzazione dell’eros […] lo priva della sua dignità, lo disumanizza» (n. 147). Il piacere fine a se stesso corre il rischio di ridurre una persona a oggetto, a schiava. Sempre nell’Amoris laetitia leggiamo: «Credere che siamo buoni solo perché “proviamo dei sentimenti” è un tremendo inganno. Ci sono persone che si sentono capaci di un grande amore solo perché hanno una grande necessità di affetto, però non sono in grado di lottare per la felicità degli altri e vivono rinchiusi nei propri desideri. In tal caso i sentimenti distolgono dai grandi valori e nascondono un egocentrismo che non rende possibile coltivare una vita in famiglia sana e felice» (n. 145). Donare parole all’eros: questo è il segreto dell’amore. Assente la parola, sarà difficile manifestare al partner i nostri cambiamenti oppure capire e accogliere i suoi. La frase di rito è ben nota: «Non sei più quello/a di prima». Una vita interiore che cambia è un fatto positivo, altrimenti si rischia di camminare barcollando come degli zombi; perché, in questa vita, conservarsi immutati nel tempo equivale a morire.

Nel Cantico dei Cantici, la bocca dona baci e parole: «Come nastro di porpora le tue labbra, la tua bocca è piena di fascino» (4,3); le labbra, simbolo della sensualità e dell’attrazione fisica, sono associate alla “parola” (bocca in ebraico significa letteralmente “parlare”) anch’essa affascinante. Le labbra trascinano il fenomeno della voce, del parlare e, dunque, del dialogo. E un vero dialogo si basa sempre sull’ascolto dell’altro: «Se ti è caro ascoltare, imparerai, se porgerai l’orecchio, sarai saggio» (Siracide 6,33).

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