Vita di coppia: il «pericolo» della lontananza

William Blake, Satana guarda le effusioni di Adamo ed Eva (1808) Boston – Museum of Fine Arts
William Blake, Satana guarda le effusioni di Adamo ed Eva (1808)
Boston – Museum of Fine Arts

Qual è l’origine del male? Come nasce? La tradizione degli angeli “caduti” non fa completamente chiarezza. In Isaia, però, leggiamo: «Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo» (Is 45,7). Dio è colui che fa la pace e crea il male? Ovviamente no. In Genesi, testo non scientifico ma che vuole comunicare un messaggio spirituale, la caduta dell’uomo e della donna spiega la perdita dell’immortalità per entrambi, ma non risolve razionalmente il mistero del male. L’umanità, pur non essendo l’origine del male, lo incontra e ne rimane sedotta.  Tra l’altro il serpente, simbolo del male, è anche il primo «teologo» della storia: per primo fa il nome di Dio. Si rivolge così a Eva: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino?”» (Gen 3,1). Un avviso anche ai teologi, ma anche ai giornalisti- cattolici – in vetrina grazie ai loro blog personali e ai mass media – perché stiano attenti a ciò che scrivono e dicono. Si può parlare in nome di Dio e, allo stesso tempo, andargli contro. Ma qual è l’opportunità che sfrutta il serpente? Nel secondo racconto della creazione, Dio si accorge della solitudine di Adamo, della sua inquietudine per la mancanza di un aiuto che gli corrisponda, in ebraico ezer kenegdo (letteralmente: un aiuto in faccia, di fronte o contro). Questa espressione tipicamente ebraica, sottolinea papa Francesco nell’Amoris laetitia, «ci rimanda a una relazione diretta, quasi “frontale” – gli occhi negli occhi – in un dialogo anche tacito, perché nell’amore i silenzi sono spesso più eloquenti delle parole. È l’incontro con un volto, un “tu” che riflette l’amore divino ed è «il primo dei beni, un aiuto adatto a lui e una colonna d’appoggio» (Sir 36,26), come dice un saggio biblico. O anche come esclamerà la sposa del Cantico dei Cantici in una stupenda professione d’amore e di donazione nella reciprocità: “Il mio amato è mio e io sono sua […] Io sono del mio amato e il mio amato è mio” (2,16; 6,3)» (Amoris laetitia, 12). Dio esaudisce, allora, il desiderio di Adamo di non essere più solo. Sant’Ildegarda di Bingen –  donna che ricevette dagli angeli il comando: «Scrivi, trascrivi e disegna ciò che vedi e ciò che senti» –  racconta il senso della creazione dell’uomo e della donna: «Dio mandò ad Adamo un sogno per fargli sentire la natura dell’amore, per bagnarlo di quella sensazione d’amore, ma al suo risveglio Adamo si disperò e non volle più emergere da quel sogno. Allora Dio ebbe pietà di lui e diede forma a quello che gli aveva fatto percepire, e questa forma è la donna». Creata Eva, l’uomo non sarà più solo; ma il campo d’azione del male rimane la solitudine: il serpente colpisce quando Eva è sola, in un momento di assenza del suo uomo. La prima donna focalizza l’attenzione su ciò che non ha (i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male), dimenticando tutto ciò che gli appartiene: il resto del creato. Il male  ha gioco facile: ingigantisce il limite sminuendo il dono. Il desiderio, allora, quando non è più nostalgia dell’infinito, diventa bramosia. Tentazione sempre attuale: «Nella società dei consumi si impoverisce il senso estetico e così si spegne la gioia. Tutto esiste per essere comprato, posseduto e consumato; anche le persone». (Amoris laetitia, 127).

Forse, sottolineando la “solitudine” di Eva, «il libro della Genesi vuole indicarci come la coppia umana ha bisogno di un legame solidale sincero, in cui i due singoli non si annullano nella coppia, ma devono essere entrambi presenti, altrimenti la coppia rischia i suoi guai»  (M. Abbà). Da notare, poi, la logica dello scaricabarile: Adamo riversala colpa su Eva che, a sua volta, l’affibbia al serpente. Quest’ultimo, maledetto da Dio (cfr. Gen 3,14-15), non proferisce parola, non dà alcuna risposta: trama, parla, ma poi sta in silenzio.

William Blake, nel suo dipinto Satana guarda le effusioni di Adamo ed Eva, raffigura il principe dei demoni nella parte alta della scena; le sagome di Adamo ed Eva, invece, in evidenza al centro del dipinto, si abbracciano immerse in tenere carezze. Di fronte a questo amore, Satana rimane quasi impotente: non gli resta che accarezzare in modo compulsivo il serpente, aspettando di assumerne l’identità. Prima di agire, attende paziente un allontanamento temporaneo, un distacco tra i due. In ogni coppia, o famiglia, i momenti di lontananza sono inevitabili, ma prima di fare dei passi definitivi occorre ricordare che «la vita in comune è solcata da crisi di ogni genere, che sono anche parte della sua drammatica bellezza. Bisogna aiutare a scoprire che una crisi superata non porta ad una relazione meno intensa, ma a migliorare, a sedimentare e a maturare il vino dell’unione» (Amoris laetitia, 232).

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